WALLFLOWERS (Exit Wounds) ☻☻☻
 di Rino 'Pili' Colangelo Iacovella



             

  Recensione del  15/09/2021
    

Wallflowers, ovvero il frontman Jakob Dylan, i tempi cambiano come i musicisti, ma Lui resta e come la realtà, non è facilmente malleabile, e che, parafrasando Aristotele, ha tutto il carattere dell'irriducibilità rispetto a qualsiasi strumento che la voglia spiegare.
Vale per Exit Wounds, arriva dopo una lunga pausa di una decina di anni, mantiene l’idea del rock dei giorni di Bringing Down the Horse e la melodia fa ancora parte di quelle storie di highways e di sentimenti bilanciati nei tratti acustici dell’americana.
Lì si adagia Maybe Your Heart's Not In It No More, su quelle strade e i suoi effetti, poi, sono su quella linea e danno più di un senso, come quadri fissi su panoramiche Americane tra colori saturati come in un dipinto.
Le impressioni positive si allargano tra Roots And Wings e I Hear The Ocean (When I Wanna Hear Trains), mostrano un’arguzia sottile, l'agilità mentale, il disincanto tenero di uno che è lontano dall'essere un trentenne, e la musica gli si accolla con piacere, diventa una relazione sentimentale che inizia ma senza il rischio di deteriorarsi (Move The River e The Daylight Between Us).
Exit Wounds mostra che la regia di Jakob Dylan è talmente altisonante (la schitarrata di Who's That Man Walking 'Round My Garden) da lasciare aperta solo un’ipotesi, riesumare i Wallflowers è servito.