DEAD MEADOW (Live From the Pillars of God. Levitation Sessions) ☻☻☻☻
 di Rino 'Pili' Colangelo Iacovella



             

  

  Recensione del  24/03/2021


    

Tra le Montagne di San Bernardino, California, Mozumdar, guru indiano, negli anni '20 costruì un tempio all'aperto circondato da giganteschi pilastri di pietra e un'enorme croce, l'anfiteatro Pillars of God.
Questo lo scenario scelto dal trio leggendario di Washington, all’apice della notorietà dagli anni 2000, per registrare le Levitation Sessions nell'autunno del 2020.
I Dead Meadow tornano a riunirsi (Steve Kille al basso, Mark Laughlin alla batteria e Jason Simon chitarra e voce) per un altro viaggio tra rock e psychedelia, ovvero creatività e libertà pronte a liberarsi dagli 8 minuti di I Love You Too, ripercorrendo il passato con brani mai pubblicati e scritti per l’occasione.
Live From the Pillars of God diventa molto semplicemente il rumore di fondo che continua a produrre nelle orecchie e nel cuore di chi ascolta il desiderio di veder scorrere (ancora una volta) i fotogrammi dei Dead Meadow, da Rains in the Desert a What Needs Must Be, il fascino di questi brani diventa una sorta di collage del classic rock (Such Hawks Such Sound a The White Worm), paragonabile, per certi versi, all'arte concettuale: blocchi di note, tra loro separati e apparentemente a sé stanti che, nel corso delle Levitation Sessions, trovano gradualmente un loro denominatore comune, coincidente con un tema più vasto e profondo dei singoli brani, tale da inglobarli tutti e da essere, allo stesso tempo, rappresentato da ognuno di essi.
Jusiamere Farm a Six To Let The Light Shine Thru, i nessi causa-effetto del rock si assottigliano, i tempi si annebbiano, gli spazi vengono come sostituiti da quel non-luogo per eccellenza che è la strada, perchè le strade di assoli alla chitarra si accumulano (Greensky Greenlake ai 10 minuti di The Light), viaggi anche mentali con la sensazione che ovunque ci troviamo, siamo sempre a mezza via, e sale il sospetto di non essere a posto mai con nessuno, men che meno con noi stessi.
E per questo che si accetta il viaggio, anche senza speranza di arrivare (splendida l’accoppiata finale di I'm Gone agli altri 9 minuti di The Narrows), alla fine di 1 ora e 10 minuti la mole di materiale emotivo che Levitation Sessions muove, passa costantemente attraverso musicisti che nei confini dell'età del rock, aprono un varco, con una soglia da varcare perché questo transito sia il più possibile adeguato all'immagine del mondo che i Dead Meadow si stanno costruendo o che hanno già messo a punto.
Che aspettate.