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      HOBO (A Man with a Gun Lives Here) ☻☻☻☻

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  Recensione del  31/10/2020             
    

L’Orizzontalità desertica e austera del western accompagna il primo disco del sestetto biellese degli HoBo (conosciuti con l’interessante Ep 2/10).
Impregna il sussurro di Hoboes that Pass the Night e Samuel Manzoni l’accompagna nel crescendo rurale di Prairie-Dogs, lì banjo e chitarra sbilanciati nel loro esistere, attraversati da un illuminante grado -quasi primario- della forma melodica ‘roots’ americana, aprono sorprese.
Da una didascalicità che cerca l'incontro con differenti stili (dark americana, folk al rock) in un tentativo indovinato di elaborazione delle immagini da un luogo sfasato, scostante, su di un percorso sghembo si susseguono Falling Down, Henry, Psalm, annebbiano e liberano i sensi del piacere.
Attraverso la lente degli HoBo l'illusione si espande in A Man With A Gun Lives Here, storie crepuscolari in paesaggi desolati dove la solitudine di esistenze vagabonde ha una visione scarna, anti-spettacolare, con concessioni letterarie ma senza divagazioni di alleggerimento in ballate di forte presa (The Curse of Peak Hill ma anche In Cold Blood e A Tiny Man Called Smith).
Con gli Squilli impetuosi di Summer Clouds, dove il rock è un Corpo che ruba gioia che non c’è, all’armonica che accompagna l’ultimo fosco giro di Bones Orchard, ci si rende conto di quanta polpa c'è in A Man With A Gun Lives Here e quanta polpa si riversi dappertutto.



     



 

 
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