ANTHONY GOMES (Containment Blues) ☻☻☻☻
 di Rino 'Pili' Colangelo Iacovella



             

  Recensione del  20/10/2020
    

L’11cesimo disco del blues-rocker canadese esce da schemi prestabiliti, sarà la pandemia a cui si ispira o l’allargare a musicisti da tutto il mondo (Brazile, Svezia, Russia, Venezuela) l’approccio melodico di Anthony Gomes muta spesso e non è sempre un male.
Il lato tosto, chitarristico, sale impetuoso in Make a Good Man (Wanna Be Bad), come un classico B/n sporco & sgranato, Containment Blues da questo lato mostra solo certezze e Hell and Half of Georgia enfatizza il tutto, in cui il calore del rock rifulge proprio come ripreso sotto un sole cocente.
La novità entra in Praying for Rain con l’approccio ‘american roots’ segnato da mandolino e banjo, e non è soltanto rivolto a fornire sfondi melodici, ma determina anche la disamina di un racconto -che come un tempo grigio fa risaltare i colori di un parco fiorito- ci suggerisce di non giudicare un uomo a meno che non si cammini con le sue scarpe.
L’armonica che accarezza la convincente ballata di No Kinda Love all’approccio acustico di Containment Blues, immergono il tutto in un calcolato sistema di varianti che sfruttano elementi del quotidiano, e poco umoristici, attraverso un loro persistente confronto, con un passo riflessivo anche in Let Love Take Care of Love e Until the End of Time, ma alla Anthony Gomes..
La voce e la chitarra non hanno griglie troppo rigide, capaci di rimandare lo stesso effetto dell’aspra Stop Calling Women Hoes and Bitches, e da un uomo, una vera e propria misurazione temporale sul rock, spaziale, capace di diventare essa stessa un messaggio di una forza dirompente.
Delizioso l’acuto nel finale col delta blues di Tell Somebody, variazioni che, moltiplicando le proprie vibrazioni nel tempo del rock, come un sasso gettato nell'acqua, le amplificano, e Containment Blues si rafforza.
Un disco con un forte palpito inventivo per Anthony Gomes, ma sempre nella piena coscienza di stare avanti sugli altri.