JERRY JOSEPH (The Beautiful Madness) ☻☻☻☻
 di Rino 'Pili' Colangelo Iacovella



             

  

  Recensione del  21/09/2020


    

Le note di Days of Heaven scivolano via e lasciano memoria.
Si confondono col ricordo di Terrence Malick, quel film del 1978, vincitore a Cannes.
Non solo per il titolo, ma per quel suo modo di sfiorare gli eventi di una relazione, per come la melodia accarezza i personaggi, scivola con leggerezza sui loro comportamenti, esplora i sentimenti con luci che sottraggono e non invadono.
Inizio folgorante, ma chi è Jerry Joseph?
Fa parte dell’Oregon Music Hall of Fame, ha creato un associazione per gli adolescenti tipo la famosa School of Rock (e qui parte un altro ricordo cinematografico, il mio, a Richard Liklater) ma nell’Middle East, tra le zone di guerra, dove impugna la chitarra e insegna quando può.
Su queste pagine è collegato ai The Jackmormons, quel Conscious Contact, annata 2002, disco da rocker, ma per lo più è stato un solista, i Richmond Fontaine lo hanno voluto nel loro tour del 2016, eppur resta uno sconosciuto, dopo tanti dischi, anche nella sua terra, USA, non per Patterson Hood (leader dei Drive-by Truckers) che il disco lo ha prodotto.
The Beautiful Madness mischia ballate elettriche, rabbia, vita e politica, rock, social media, razzismo e immigrazione, insieme ridisegnano di continuo il mondo di The Beautiful Madness visto come esplosione di un istante sottilissimo che, facendo coincidere tensione immaginativa e genialità sregolata, tocca le corde giuste tra Full Body Echo e San Acacia.
Le parole sono un rumore di tuono anche in ballate splendide e di forte impatto come (I'm in Love with) Hyrum Blackche e Dead Confederate, si avvicina progressivamente sino a mutarsi in tempesta con l’ironia, in quest'ultima, sempre pungente tra Gesù e i pregiudizi di un 80enne schiavista.
The Beautiful Madness è come contornato da colori sfumati che si accendono e si spengono improvvisamente, come nei passaggi dal giorno alla notte, e non aspetti altro che rivederli.
Jerry Joseph chiude con un’ode alla madre, Eureka, altra intensa ballata di un passato che non è morto, anzi non è neanche passato.
The Beautiful Madness ha tanti punti di coesione con la realtà e fra romanticismo e realismo, fra reminiscenza letteraria e ispirazione di un rocker, acquisirà diritto di cittadinanza nel Vostro cuore.
Garantito.