TROY REDFERN (Island) ☻☻☻
 di Rino 'Pili' Colangelo Iacovella



             

  Recensione del  06/07/2020
    

Troy Redfern e il Lockdown, la metafora dell’isolamento lo spinge ad un altro disco (This Raging Heart, nei primi del 20, 20).
Torna il rock, muscolare, allora? No, Island è diverso.
La spinta che sale vorticosa in Doin' Time sembra riversarsi lungo le ‘dirty roads’ americane, lì le chitarre sanno trovare il modo di sorprendere nell’approccio acustico, ed energico, si eleva da Falling Down e da una splendida Hallowed Ground, il Covid-19 è come l’amarissimo Raining Stones del Ken Loach di molti, molti anni addietro, perché davvero piovono sempre pietre sui poveracci.
Tra tinte blues, mai dome quando si tratta di ripescare la bellezza di John the Revelator, il vortice melodico ‘roots’ impreziosisce anche Lay My Body Down, e con le nostalgiche strumentali il quadro è ben delineato (su tutte, sicuramente c’è Emma).
Island è una parentesi a se nel mondo di Troy Redfern, qualcosa di differente che ha il pregio di farci pensare a cosa eravamo (siamo ancora?) al tempo del Covid, dove si conversa come si fosse dei detenuti, ai due lati di un tavolo, sperando che poi scompaia senza che ci tocchi rischiare per sapere dove sia finito.