JOHN FULLBRIGHT (From the Ground Up)
 di Rino 'Pili' Colangelo Iacovella



        

  Recensione del  12/09/2012
    

John Fullbright aveva bisogno di un rapporto più diretto con l’ascoltatore per l’esordio di Live at the Blue Door prima di presentarsi con una squadra affiatata alle chitarre -Andrew Hardin, Terry “Buffalo” Ware e Ryan Engleman- a registrare From the Ground Up.
Lo studio di registrazione funziona da isolante per il songwriter dell’Oklahoma e la sensazione è che il disco non scorra fluido, ma che sussulti ellittico, singhiozzando, spezzandosi in frequenti intervalli, l’armonica bluesy e il passo folk-rock di Gawd Above, lo sguardo convincente sulla vita che si nutre di una specie di poetica ‘celeste’ anche nella brillante Satan and St. Paul, della mancata possibilità di ricondurla sulle note dell’equilibrio nella ballad di Jericho si va a scontrare con la solitudine acustica di Me Wanting You, Forgotten Flowers e soprattutto nel pianoforte capace di abbattere gli sfondi elettrici con un appiattimento ricercato ma non del tutto condivisibile in I Only Pray At Night, Song For a Child e Nowhere To Be Found (Fat Man la nasconde con disinvoltura dietro il poema di Bert Lockwood).
L’armonica che ritorna in All the Time In the World, la cadenza alla Todd Snider, la sensazione di libertà che sprigiona la splendida Moving, una Daydreamer che guarda provocatoriamente in avanti, in maniera neanche troppo velata, su questioni capaci di paralizzare il presente e ingessare anche il futuro, enfatizzano un gran lavoro di scrittura purtroppo pedinato da un sospetto di freddezza che non mette ordine in From the Ground Up, suggerisce semmai nuovi percorsi ma ne blocca altri. La stoffa c'è, aspettiamo fiduciosi.