PORTERDAVIS (Porterdavis)
Discografia border=di Pellegrino IACOVELLA

     

  Recensione del  01/03/2010
    

Un trio molto interessante formato dal chitarrista Daniel Barrett, l’armonica di Simon Wallace e le percussioni di Mike Meadows direttamente da un incrocio di Boston, il punto di partenza della loro avventura, lì su un palco molto particolare, l’incrocio tra Porter Square e Davis Square, luoghi cardine delle prime ‘freddolose’ esibizioni. Si sono spostati poi al caldo di Austin nel 2004 dove hanno incontrato Simon Wallace e i Porterdavis sono ufficialmente nati tra un blues strascicato imparentato col delta del mississippi ma anche ballate folk e R&B, con la benedizione di Ray Wylie Hubbard e sotto la supervisione dell’esperto Gurf Morlix (suona anche il basso e canta in Take the Fall –l’altro ospite è Eliza Gilkyson nella bellezza acustica di Carter’s Tune) dieci canzoni di rootsy-blues music, tra alti e bassi non certo nella qualità, ma nel passaggio tra momenti di bellezza, gioia e momenti introspettivi, di calma e riflessione.
Un paio di succolenti groove aprono i giochi, da Smack You Back alla splendida lentezza di Janie, ambedue hanno il sapore di un blues che trasferito nella tranquilla civiltà texana vive spensierato, ma continuando a curarsi di come e dove vanno i sentimenti. Non c’è bisogno di stare a parlare di purezza e di autenticità, quando suonano i Porterdavis non si pongono il problema. Vivono tra ballate che catturano la scena, nei versi di una struggente ballata come Strange Way to Grieve “Heaven help me when I think I’m not enough/Heaven help me when I think I am” o di una perla slow-bluesy come Sunshine “I learned my legs are made for walking, learned my eyes are made to smile, learned my arms are made to hold you, learned that quiet times are wise.”
Sempre l’armonica a farla da padrona come il blues ripiegato sulle emozioni di Hey Now Jack, del R&B di Take The Fall e il piacere non sfuma mai neanche quando alleggeriscono i contenuti in un brano come Grass Growing On Concrete o nell’amore di una That Way, ma dolcezza e ironia (“I’m not saying you’re the prettiest face I’ve seen”) e melodie dotate sempre di un barlume di originalità fanno da collante, e in più giocano la carta Muddy Waters in chiusura con la bella versione di Can't Be Satisfied. Parole e musica dei Porterdavis che avvincono l’ascoltatore e lo seducono, non male per un esordio!