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      STEVE EARLE (Guitar Town) ••••

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  Recensione del  26/02/2004             
    

Non è solo il primo (e vero) album di Steve Earle Guitar Town ma uno dei dischi più importanti degli anni ottanta, almeno per quanto riguarda il rock americano delle radici. Con Guitar Town Steve Earle balzò prepotentemente alla ribalta e impose il suo nome come emergente principale di quella scena americana che allora nessuno chiamava in tal modo, preferendo ricorrere alla solita denominazione country-rock.
Fu immediatamente presentato come un "nuovo tradizionalista", assieme all'amiconemico Dwight Yoakam e alimentò tra i padroni della musica di Nashville il sogno di avere tra le mani il futuro del country. Non fu così. Allo zuccheroso country di Nashville, Earle preferì la musica americana popolare, con tutte le connessioni annesse, siano esse rock o bluegrass, e alla avidità dei discografici l'artista antepose una vita da ribelle, insofferente ai calcoli e agli steccati del business. Con Guitar Town era nato uno dei più geniali, acuti e sinceri autori di musica americana che gli ultimi vent'anni ricordi, un autore, un musicista, un folksinger e un rocker in grado all'inizio di destabilizzare il mondo del country e poi di imporsi come hard core troubadoursuììa strada che da Woody Guthrie via Bob Dylan arriva fino a Springsteen.
Di fatto Guitar Town è il più semplice dei dischi di Earle, quello cantato con una voce giovanile ancora chiara e pulita e quello suonato coi cliché di un country rock fuorilegge ovvero limpide chitarre acustiche e malinconiche pedal steel ma anche sezione ritmica e elettricità da combo rock.
Ad aiutare Earle in questo esordio sono già i Dukes, una band che sarà fondamentale nella sua evoluzione in rocker, una sorta di piccola E-Street Band dei poveri, a metà strada tra le luci della città e la polvere dei villaggi. Richard Bennet è quello che si prende cura delle chitarre e dei bassi, contrabbasso compreso, il bravo Bucky Baxter è alla pedal steel, Ken Moore si occupa delle tastiere, Emory Gordy Jr. alterna basso e mandolino e Harry Stinson siede dietro i tamburi. Davanti a loro uno Steve Earle ancora magro e sbarbato, coi jeans sdruciti e la chitarra al collo.
Il risultato, coprodotto dall'illuminato Tony Brown (lo stesso che prese a cuore Joe Ely), sono dieci canzoni tra il rock e la ballata, tra il country e il blues, che attraversano quella landa della musica americana che non richiede etichette per essere definita perché, di fatto, ne è l'essenza e il cuore. Dalle energiche e rockate Guitar Town e Goodbye's All We've Got Left al bluegrass di Hillbilly Highway, dal duro e sferzante country di Good Ol'Boy ad uno dei cavalli di battaglia dei suoi concerti, Someday, dall'omaggio alla triste e parca poetica di Townes Van Zandt (My Old Friend The Blues) all'intima Litle Rock'n'Roller passando per la lap steel di Fearless Heart, tutto gira al punto giusto, come fosse un condensato di quello che è la musica americana nella sua accezione migliore.
Grande voce, suono roots e testi splendidi e non banali, Guitar Town, a venticinque anni di distanza non ha perso nulla e forse è pure maturato. Impossibile, quindi, farne a meno anche perché in questa ristampa rimasterizzata c'è l'aggiunta di State Trooper, brano di Springsteen da Nebraska usato da Steve Earle nei concerti in una sorta di dedica a quell'America sconfitta e disperata di cui è attento e sensibile cantore. Il brano di Bruce era contenuto in un Ep precedentemente pubblicato, adesso è aggiunto come bonus track, l'unica. Si poteva fare di più e rimpolpare con più sostanza l'album, che rischia così di essere esclusivo interesse di chi non possedeva già Guitar Town.






 

 
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