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      STEVE EARLE (Jerusalem) ••••

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  Recensione del  26/02/2004             
    

Sette dischi in sette anni. Niente male per uno che, all'inizio degli anni novanta, era finito in galera e non aveva un futuro davanti a sé. Quando, nel 1995, era apparso Train A' Comin, il disco della rinascita, nessuno poteva pensare che Steve avrebbe ripercorso, da zero, una carriera a questi livelli. Quel disco acustico, meraviglioso, era solo l'antipasto di una serie di albums a grandissimo livello che sono succeduti con cadenza quasi annuale: I Feel Allright, El Corazon, The Mountain, Transcendental Blues, Sidetracks. Ed ora Jerusalem. Il disco più forte, intenso e politicizzato della carriera del cantautore texano.
E dire che c'è ancora chi lo considera una country singer! Jerusalem è un disco a tinte forti che condensa una serie di canzoni di grande spessore in cui intelligenza e coraggio vanno di pari passo. Earle non è antiamericano, come hanno sbandierato ai quattro venti gli organi di stampa dopo avere sentito il testo di John Walker's Blues, la canzone che il nostro ha scritto su John Walker Lindh, il talebano americano. Earle cerca di capire il perché di una scelta e critica la società americana che, al pari della nostra e di altre è diventata estremamente qualunquista, acritica e priva di cultura. Non è così semplicistica l'accusa di Earle, lui scende più a fondo, diventa più duro, parla di Cenere alla Cenere e di Gerusalemme e cerca di approfondire le inquietudini del periodo che stiamo vivendo.
Ho avuto il privilegio di ascoltare in anteprima questo disco e posso tranquillamente affermare che è di pari valore dei suoi predecessori e, dal punto di vista dei testi, è ancora più importante. Al contrario del Boss che si è adagiato su sonorità piuttosto radiofoniche, Earle scava a fondo e regala ballate rock come non si sentiva da tempo, prive di orpelli o arrangiamenti radio friendly. Un disco rock con le contropalle. Un disco completo, a trecento sessanta grandi, che accontenta il palato degli aficionados rock ed anche quello di chi vuole da lui ballate di stampe più tradizionale. Dieci canzoni. Ashes to Ashes: cenere alla cenere, polvere alla polvere. Una canzone amara, drammatica, essenziale, triste, ossessiva.
L'amarezza balza immediatamente in evidenza e presenta il disco sotto una luce decisamente interessante. Chitarra, armonica, ed il solito train di fondo. America V. 6.0. è un brano rock secco e diretto, con la chitarra, dal suono quasi metallico, che delinea la melodia. Una composizione priva di orpelli, quasi parlata, con una andamento bluesy che le conferisce un'aura particolare. Conspiracy Theory è ancora diversa. Una batteria insistente doppia la voce dell'autore, poi la canzone prende corpo, tesa e affilata, e mantiene la sua atmosfera drammatica, senza respiro, malgrado l'uso di voci femminili.
Un brano abbastanza spiazzante. John Walker's Blues, a monte del suo testo incendiario, è una canzone splendida. Una ballata triste, intensa e profonda, che racconta la storia di un ragazzo americano che non ha trovato punti di riferimento nella cultura della sua nazione e si è rivolto alla religione musulmana. La canzone termina con la recita del verso 19 del Qur'an. The Kind riporta un po' di speranza nel disco. E'una semplice ballata folk rock dalla melodia tersa e dal suono limpido. L'Earle che preferiamo, ma il testo rimane sempre molto politico, anche se chitarre acustiche e fisarmonica tessono una melodia coinvolgente.
What a Simple Man To Do evirano tex mex suonato con il tiro dei Texas Tornados ed avvolto da una fisarmonica in puro stile tejano: una canzone che profuma di campagna e di border, una canzone che Steve non aveva mai fatto. The Truth è tesa e lenta, disossata nella sua strumentazione scarna, drammatica nel suo assunto finale. Go Amanda, per contro, una ballata rock molto lineare. Un bel ritornello, un suono elettrico, le voci che si mischiano, e la canzone scorre in un baleno. I Remember You è l'occasione per l'autore di misurare la sua voce con quella di Emmylou Harris Una canzone splendida, semplice, che si svolge su una base melodica diretta e sulle due voci che si incrociano di continuo. Earle mostra il suo lato più romantico, toccando il cuore degli ascoltatori. Shadowland è più rock, tesa ed elettrica.
Una di quelle composizioni che il nostro faceva abitualmente negli anni ottanta, con la voce che segue la chitarra e la melodia che si sviluppa in modo profondo. Chiude il disco la stupenda Jerusalem, che intitola degnamente il disco. Un'armonica dylaniana introduce il brano che si sviluppa su una tematica folk rock, tipica della produzione del nostro. Una ballata splendida, profonda, intensa, toccante, in cui poesia ed attualità vanni pari passo. Nel descrivere il suo nuovo album Earle racconta: " Questo è un disco politico perché non c'è altra risposta nei riguardi del posto in cui viviamo.
Ma non sto cercando di essere deportato o cose del genere. In un certo senso questo è il disco più favorevole all'America che ho mai fatto. Mi sento americano a tutti gli effetti ... John Walker's Blues, che racconta di John Walker Lindh, il giovane di Marin County che è diventato un combattente per i Talebani. Ho iniziato con "Sono solo un ragazzo americano, cresciuto con MTV, ho visto tutti quei ragazzi nelle pop bands e nessuno di essi mi somigliava". Sono felice di come la canzone è venuta fuori, ma sono anche nervoso, ma non per me.
Mi sono preso delle libertà con Walker, parlando in vece sua … lo non voglio assolvere quello che ha fatto, ma lui ha venti anni, come mio figlio Justin. Sono stato turbato dal fatto che si è messo a combattere per la Jihad islamica? Certamente. Il Fondamentalismo, come lo intendono i Talebani, è nemico del pensiero e della religione…" Un disco di grande importanza, un album di notevole presa. Ci ritorneremo sul prossimo numero. Il disco sarà pubblicato il 24 Settembre.






 

 
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