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      COREY STEPHENSON (Prison Leather) ••••

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  Recensione del  15/12/2019                       
    

Prison Leather è uno di quei dischi pronti a definire la topografia sentimentale dell’Outlaw Country, Corey Stephenson immerso in un clima e nella fluidità cromatiche delle chitarre ci fa capire, dalla pastosa goduria di Gold Chain e attraverso la chitarra steel, languida e malinconica in Cold in Here, che val la pena buttarsi, cercando di sopravvivere, tenendo in vita l'animo texano, e Prison Leather lo sviluppa, alla grande.
Brani che tengono testa al passo veloce di Dirt Road Dopeslinger, il suo azzeccato cambio di ritmo sembra liberare il country dalle convenzioni tradizionali, il passo lento e rovente di Son of an Outlaw e Wasted Times è utile a mostrare, in modo efficace, come il respiro della strumentazione può dare varie facce al testo, non c’è nessun risucchio alla staticità nell’armonica dell’altra, ‘illuminante’, espressione di vita dipinta in Prison Leather.
La perlustrazione della vita non è affatto difficile, impegnativa per Corey Stephenson, una scelta scomoda con parole forti, ma in Prison Leather egli sa mantenere lo sguardo in equilibrio tra l'asprezza della ricerca della melodia e l'affettuosa disponibilità al ricordo di amici, famiglia, suolo Texano, Austin, città che è cambiata molto negli ultimi decenni, e per un musicista, la tenacia espressa anche in Shipyard Whistle è segno di chi deve continuamente lottare per sopravvivere.
Ultimo squillo con le intense pennellate v1sionarie di Devil's Breath, tosta, un selvaggio rock sudista, dove le pareti parlano d'inferno ma dove i dettagli aprono la porta su Prison Leather, il modo più diretto, dentro immagini e suoni ritornanti dell’outlaw country.
Il disco di Corey Stephenson rimane fresco, fluido e intenso, un destino, quello di Prison Leather, dai contorni sconfinati.



     



 

 
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