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      STEVE EARLE & The DUKES (Terraplane) •••½

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  Recensione del  20/03/2015             
    

Terraplane, la macchina della Hudson che tanto piaceva al bluesman Robert Johnson, sulla quale salgono i The Dukes (davanti siede la chitarra di Chris Masterson) insieme a storie di furfanti con amori andati a male (e qui la separazione dalla cantante Allison Moorer si fa sentire), che a mezzanotte preferiscono incontrarsi con il Diavolo.
Ne risente positivamente l’avvio di Terraplane, l’armonica di Baby Baby Baby (Baby) prepara il campo alle distorsioni elettriche di You're The Best Lover That I Ever Had e in special modo di The Tennessee Kid, brano molto fisico, l’approccio di Steve Earle tocca, sente il mondo con le dita.
Peccato che all’incrocio dove ad aspettarlo c’era il blues, scopriamo che a volte, non sappia molto cosa farci.
La linea emozionale di Better Off Alone e Nobody’s Daddy Now procura intermittenze che fanno storcere il naso (cosa dire del country oldtime di Baby's Just As Mean As Me?, fuoriposto) è come se vedessimo dei battelli sul mare che decidono di seguire una traiettoria, e questa traiettoria non ci piace affatto.
Terraplane è nel tempo dell’armonica di The Usual Time, unisce le due direzioni, del presente e del futuro, con brillanti soluzione di continuità nel rock di Go Go Boots Are Back, è nel mandolino che ‘illumina’ Acquainted With The Wind, con la ballata di Gamblin Blues che guarda non ad un passato generico della musica, ma lo rielabora in una chiave agreste e sempre fortemente comunicativa.
Lo Steve Earle che sceglie una luce fredda e una tavolozza monocroma per King Of The Blues.
Quello è il luogo di Terraplane.






 

 
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