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      STEVE EARLE (Washington Square Serenade) •••½

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  Recensione del  09/09/2007             
    

Tre anni dopo avere pubblicato l'acclamato, ma anche duramente criticato, The Revolution Starts... Now, Steve Earle torna con un nuovo lavoro. Washington Square Serenade è un album che si pone a metà tra passato e presente..
E' il primo disco dopo il matrimonio con Allison Moorer, ed anche il primo registrato nella città in cui risiede da più di un anno, New York. E di New York Steve ha assorbito una certa forma urbana che si può recepire sia nella cover molto scura di Way Down in the Hole di Tom Waits che nell'elettrica Satellite Radio o in alcuni passaggi di Down Here Below. Ma il resto del disco ci riporta il rocker ed il country-folk singer che abbiamo amato per lungo tempo. La musica country è meno presente, ma non mancano le ballate, in cui Steve rimane un maestro.
Tennessee Blues è un bel ponte con il passato. Parte da Guitar Town ed arriva al presente. Si tratta di una ballata folk, intensa e profonda, cantata con voce sofferta e suonata con il cuore. Una canzone dalla melodia profonda, che colpisce al primo ascolto e che ci riporta il primo Steve Earle, quello di cui avevamo perso le tracce. Ci sono elementi country, blues e folk, ma il suono è quello classico e la melodia anche. Down Here Below è elettrica e fonde country e blues con accenni di rock urbano e lascia un segno per la sua malinconia di fondo.
Satellite Radio è forse quella più influenzata dai suoni urbani della metropoli ma, a conti fatti, rimane una sorta di talkin' blues molto scarno e quasi ripetitivo. City of Immigrants, una ballata splendida, è il brano centrale del disco. Dedicata a New York, la canzone splende per una melodia tersa e viene resa ancora più interessante dall'accompagnamento della band tradizionale brasiliana Forro In The Dark. Ma non si tratta di una canzone influenzata dalla musica brasiliana, bensì di una ballata folk rock dotata di un ritornello accattivante che cresce ascolto dopo ascolto.
Sembra quasi una canzone di Paul Simon, periodo Graceland. E non riesco a levarla dal lettore. Sparkle and Shine è tipica dello Steve intimista, ha una bella melodia, è caratterizzata da una certa malinconia, mentre Come Home To Me richiama le canzoni d'inizio carriera. Ha un riff iniziale di chitarra molto evocativo, lascia spazio alla voce e rende libera una melodia tersa, da folksinger puro. Jericho Road invece ci riporta al rock e lo fa con una canzone diretta e fiera, che richiama le pagine più recenti della musica del nostro. Oxycontin Blues viene aperta dal banjo e sta in bilico tra country e blues, mentre Red is The Color è lenta e riflessiva.
Earle mostra di avere ancora una bella vena e regala una tersa ballad folk rock, come ai bei tempi, intitolata Steve's Hammer. C'è anche il tempo di scrivere una canzone a quattro mani con Allison per il duetto country rock Days Aren't Long Enough: non particolarmente originale, ma decisamente piacevole. Chiude l'album una cover scura Way Down in The Hole di Tom Waits, che Steve rilegge alla sua maniera, lasciando poco spazio agli strumenti. Gli manca la voce cavernosa dell'autore, ma si tratta comunque di una bella rilettura. Washington Square Serenade toglie i sigilli all'arte di di Steve Earle dopo tre anni di silenzio, e lo fa senza clamore, evidenziando una manciata di canzoni di indubbia qualità. Nello stile dell'autore.






 

 
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