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      STEVE EARLE (We Ain't Ever Satisfied) •••••

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  Recensione del  30/01/2004             
    

No, non si tratta del nuovo lavoro di Steve Earle. I fans più incalliti del ribelle texano resteranno sicuramente delusi dal momento che «We ain't ever satisfied» altro non è che il primo Greatest Hits del Countryrocker di San Antonio. Il disappunto deriverà non certo dalla scarsa qualità del CD (il quale contiene veramente il meglio di Steve) bensì dalla mancanza totale di inediti o di versioni alternate. Infatti i 12 brani che costituiscono questa antologia sono stati esclusivamente tratti dalle 5 prove forniteci fino ad oggi da Steve. In realtà non compaiono versioni tratte dal recente stupendo Live del nostro, contrariamente a quanto riportato sul CD.
Va ricordato inoltre che la MCA ha pubblicato anche un LP contenente pezzi incisi prima del debutto di «Guitar town»: «Early tracks», questo il titolo dell'opera, contiene materiale ancora acerbo e più marcatamente Country. Questo lungo preambolo per suggerire al neofita di correre ad acquistare «The essential collection» che, pur se realizzata a scopo puramente di lucro, è valido punto di partenza per chi non ne conosca ancora l'autore e, perché no, per chi voglia prendere un primo contatto con la musica del Lone Star State.
Le note di copertina, scarne ma centrate, indicano alcuni nomi che la dicono lunga sulla formazione musicale del nostro: Stones, Hank Williams, Townes Van Zandt, Guy Clark, Chuck Berry, Springsteen. Il sottoscritto aggiungerebbe a questi John Mellencamp. Dylan, Neil Young, Doug Sahm, Joe Ely e l'elenco potrebbe continuare. «Guitar town» la fa da padrone con 5 splendidi titoli; peccato manchi lo spazio per «Hillbilly highway» ma la sola «My old friend the blues» è da brivido (curiosa e piacevole la versione dei Pahinui Bros recensiti sul Busca di settembre). L'atmosfera si fa più cupa con «Exit O» e «The rain came down» è il segno della scarsa confidenza che Steve ha sempre avuto con il patinato mondo di Nashville.
Il suono si indurisce ulteriormente ed il R&R fa il suo prepotente ingresso con «Copperhead road». «Devil's right band» ha il tiro del migliore Springsteen ed i testi sono sempre più polemici verso l'America del Reaganismo. Anche il Folk-Punk di «Johnny come lately» trova spazio ed i fans de Pogues, band che accompagna il nostro in questa circostanza, farebbero bene a tenerne conto. Il finale è, scusate il gioco di parole, da antologia: «The other kind» prelude a quella che, almeno a mio avviso, è la miglior canzone finora scrita da Steve.
Sto naturalmente parlando di «Billy Austin». Chi ama il rock americano da strada non può davvero farne a meno e sono certo che questa intensa ballata farà il paio con «Johnny 99» e con «Rain on the scarecrow». Avrei preferito fosse utilizzata la versione comparsa sul Live dello scorso anno ma anche quella tratta da «The hard way» è grande. Non mi resta che auspicare che l'uscita di «We ain't ever satisfied» non preluda ad una prossima latitanza di Steve dalla scene: è grazie a personaggi come lui che il R&R continua a godere di buona salute.






 

 
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