
La band Svedese dei
GRAVEYARD e quel modo di mettere a fuoco il rock & psichedelia.
È il “
memento” che si incide sulla pelle di
Fever, avvitandosi allo stesso modo da
Back From The Grave alla sfrenata foga di Tongue Tied.
Solido, ruvido e chitarristico, dalla voce di Joakim Nilsson un modo di osservare la realtà traendone una visione che sbatacchia a dovere, anche nei ‘rallentamenti’ di
A Better Cut (Note To Self) e Time To Tell.
All’interno del racconto di Fever il rock si snoda continuamente attraverso linee direttrici che cercano di spostarne lo sguardo (
Room Tempered), trascinante la bellezza di
Year Of The Horse, e la sensazione che il risultato non sfugga mai di mano ai
GRAVEYARD.
Capaci di rifondarlo, quel rigenerarsi (
A Means To An End a Don't Shoot!) in un disco che a ogni scarto di scrittura compie un passo avanti, in termini di compiutezza.
Fever semina stimoli fino al finale di
Dead Note, con intuizioni senza poi abbandonarle completamente per strada.
Il rock non li si “fa”, lo si “soffre”.
Sulla propria pelle certo, ma anche sulla propria anima.