ERIC JOHANSON (Covered Tracks Vol. 2) ☻☻☻☻
 di Rino 'Pili' Colangelo Iacovella



             

  Recensione del  28/06/2021
    

Seconda parte, altro tragitto da seguire, non ci sono nuovi capitoli da scrivere ma solo vecchi capitoli da aggiornare.
Eric Johanson fa pesare il carico della sua storia e della sua memoria scavando con energie proprie nel blues acustico anche in Covered Tracks Vol. 2.
Si partecipa ad un’altra esperienza che sorge e pulsa con ardente spontaneità, basta ascoltare come ribalta il brano di Fiona Apple, annata 1997 di Sleep to Dream, è tutta un’altra storia, poggia su una scelta melodica assai suggestiva che compone un atlante stimolante quando paga un signor tributo ai The Neville Brothers con Yellow Moon.
Fotogrammi chitarristici come frammenti di melodia che esplodono, come schegge che schizzano in un voluttuoso tourbillon, in un caleidoscopio incandescente e vira al delta blues con Death Letter del leggendario Eddie James ‘Son’ House.
La melodia è scomposta e ricomposta, separata e allargata seppur nel suo ripetitivo percorso trovando in Leadbelly (Huddie William Ledbetter), altro cardine del movimento Blues, spazio per esaltare nella mitica In the Pines vertici alti nel lirismo espanso della chitarra elettrica, e vale anche per il ricordo di Mississippi John Hurt, questa volta dolce, nella ballata di Make Me a Pallet on Your Floor.
Le tradizioni del blues imparentano i pur diversi interventi (l’ariosa bellezza di My Credit Didn't Go Through di Freddie King, gran chitarrista, alla splendida placidità di Goin' Down to the River di Mississippi Fred McDowell), Eric Johanson narra il blues, quello del passato senza incubi temporali, su tempi paralleli, dei flashback con accelerazioni, rallentamenti e dilatazioni.
Peccato averlo rimosso nel finale dove il conto alla rovescia di Covered Tracks Vol. 2 arriva.
Sul suo corpo, sensuale e ipnotico si posa solo la magica Can't You See della Marshall Tucker Band, lì si sono posate/si posano le età di Covered Tracks Vol. 2.
Si scavano, pietrificano, espongono, al passare del tempo, segni di un unico amore raccontato nei suoi st(r)ati fisici.