ISRAEL NASH (Topaz) ☻☻☻☻
 di Rino 'Pili' Colangelo Iacovella



             

  Recensione del  13/04/2021
    

Texas Hill Country, la pandemia, la solitudine, la difficoltà di comunicazione, le distanze sociali e Topaz diventa claustrofobico.
Come mai? Perchè attraverso le chiusure degli spazi fisici riesce ad esprimere la necessità di altri luoghi, soprattutto mentali, si va e si aprono spazi aperti nel sound evocativo del recente passato, da un hippie sulle strade dell’America tra sogni e Texas psychedelia espresse bene in Dividing Lines e l’affascinante piacere che sale dall’ascolto di Closer, armonica compresa.
Israel Nash sceglie la sezione fiati e non è certo una novità, tra Indiana e la politica di Down in the Country e riesce bene a nasconderla parlando di scheletri cittadini, fattorie e specialmente di famiglie, si capisce che il tempo quasi non ha importanza, perché è il decentramento degli spazi e gli spostamenti che caratterizzano il percorso di ricerca che interessa a Topaz.
Dall’accurata descrizione in Southern Coasts a Howling Wind fino alla nostalgica bellezza che emana Canyonheart, ci si accorge che è la narrazione stessa che si stratifica, assumendo i contorni della classica architettura concentrica della strada (macchina e vediamo cosa succede) in cui il dato armonico si dilata fino a coincidere con il racconto stesso.
Il movimento come processo di formazione del linguaggio a contatto con l'insorgere del reale, negli interstizi degli avvenimenti quotidiani che si prendono il finale: dalla sparatoria in una chiesa e la morte di 26 persone nei pressi del Dripping Springs studio di Gripka (mi piace ancora chiamarlo in questo modo) di Sutherland Springs e alle fiammanti stilettate di Pressure, è chiaro che un cambiamento, Topaz lo chieda.
Dalla parte di Israel Nash, ancora.