GOLD ROSE (Dust) ☻☻☻☻
 di Rino 'Pili' Colangelo Iacovella



        

  

  Recensione del  29/03/2020


    

All’Alt-country il songwriter Kevin Fuller chiede di avere le spalle molto robuste, in grado di sostenere e alimentare quella rara miscela tra malinconia bucolica e dolci ballate elettriche che è il lievito del debutto dei Gold Rose.
Fascino che accerchia il passo adorabile di Oh, Angeline, i Gold Rose s'incuneano in aree di frizione dove le singole Storie di Dust incontrano le ragioni della quotidianità, col passo amico delle chitarre steel (in stato di grazia in Jesus Saves e Moving Day), Dust sa riflettere sui suoi intenti e sullo sviluppo delle sue melodie, producendosi talvolta in considerazioni amare e autoconfessioni come in The List, si parla di suicidio e scava nel profondo dell’anima.
Rosalee ammalia nel suo dolce incedere dove disegna immagini e parole che si desiderano di continuo, poi i 14 minuti divisi tra Stuck in Appalachia e Gospel 156, lì i Gold Rose esplorano anche lo spazio del rock, lo amano sottovoce moltiplicandone le traiettorie, tra lunghi assoli chitarristici pronti ad accendere l'impressione di un presente minimalista che scorre davanti ai nostri occhi con lepida disinvoltura, tanto che si rafforza il legame con Dust, nel proprio desiderio di lasciarsi accarezzare tramite lo scorrere delle melodie.
La decisa Climb That Goddamn Mountain ribadisce su uno spunto semplice un lavoro ricco di risvolti, è anche in questo spazio che cresce ed esplode Dust.
Come il sole che splende alto il mattino.
Tanto alto che vien voglia di guardarlo. A Lungo.