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      NEIL YOUNG & CRAZY HORSE (Colorado) •••••

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  Recensione del  22/11/2019                 
    

Con Colorado, il musicista Neil Young sembra ancora ricorrere al rock come fonte di ispirazione, non come magazzino di materiali dei Crazy Horse, che dopo Psychedelic Pill del 2012 tornano, e si unisce anche Nils Lofgren che sporadicamente lo accompagnava, ai tempi di After the Gold Rush, e forse ne aveva bisogno dato l’imbarazzante Bruce Springsteen degli ultimi tempi.
Con l’armonica, parlando di oceani e praterie, apre Colorado, ascoltandola in Think of Me ci si lascia sorprendere da un 73enne partecipe della vita che racconta, ecco che i concetti sull’ecologismo si allargano nei 13 minuti di She Showed Me Love dove le chitarre ci tengono a voler tirare fuori nuove emozioni, più profonde, l'atmosfera diventa plumbea e claustrofobica, e si ripete monotonamente, ma c'è un percorso, c'è una scoperta come quella ritrovata con le ballate di Olden Days e in Milky Way.
Attriti elettrici di forte impatto in Help Me Lose My Mind e Shut It Down, alla politica sorda un'espressione genuina come rimedio ad un’afasia che in modo crescente pervade la loro capacità di immaginare territori nuovi che solo uno sguardo “altro” può vedere, come i concetti sulla fratellanza contro ogni forma di razzismo di Rainbow Of Colors.
Perdonabile per qualche giro sottotono, spicca Eternity che sfuma in un ‘pianissimo’ molto lungo, come non volesse o non potesse sparire dalla scena con un Neil Young che mira ad un utilizzo sapiente ed equilibrato dell'aura teatrale del rock.
Il dettaglio diventa e “dice” il tutto in Colorado.



     



 

 
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