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      WHISKEY MYERS ••••

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  Recensione del  29/10/2019                       
    

Al quinto disco, Whiskey Myers, il frontman Cody Cannon sceglie la strada dell'indipendenza perché consapevole di poter sviluppare una propria personalità, la produzione di Dave Cobb schricchiolava dopo gli ultimi 2 dischi, l’idea di liberare un robusto southern-classic rock mantenendo il texas roots sullo sfondo era ed è, per il sestetto texano, il modo giusto per lavorare su storie e melodie come fossero senza tempo, annullando ogni fronzolo pur di arrivare al nocciolo del nuovo corso dei Whiskey Myers.
Si affidano anche all’amico e illustre songwriter Ray Wylie Hubbard per scriverlo, e al primo squillo con Die Rockin ci si immerge nel rock tra le chitarre indiavolate di John Jeffers e di Cody Tate, come se ci si tuffasse in un serbatoio di energia elettrica, l’impatto è decisamente riuscito se lo si sviluppa poi con Mona Lisa e le ‘espressive’ Bitch e Gasoline.
Il giusto intermezzo di aritmie poi è necessario (l’armonica in Rolling Stone e Hammer, il notevole cambio di passo imposto alla ballata di Running, le ‘steel guitars’ dall’essenza country in Little More Money e infine lo splendido impatto del mandolino nella scura disamina della vita sulla strada in Bury My Bones).
Le chitarre restano i vettori di Whiskey Myers, chiedono spazio fra le immagini di vita di Glitter Ain't Gold, si sovrappongono e aderiscono anche a Kentucky Gold, un corpo, quello del rock, che non sta più «solo» dentro Whiskey Myers, ma si disperde magicamente altrove, una scia che prosegue nella coda chitarristica della conclusiva Bad Weather.
Una ricerca che è fuga e ritorno al loro passato, orme sulla terra del rock pesanti, di passi visibili ancora in viaggio dal Texas, da lasciare ma verso il quale poi/ancora ri-tornare, verso il quale tendere in quanto sono ancora entità vive e palpitanti, che attraversano e condizionano la musica dei Whiskey Myers.



     



 

 
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