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      CHRIS KNIGHT (Almost Daylight) ••••

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  Recensione del  19/10/2019                       
    

Kentucky, una cucina, un tavolo attorno al quale Chris Knight rimette in gioco dopo 7 anni i componenti della sua musica.
Li rimescola in Almost Daylight, crea ancora qualcosa di diverso, pieno di ricordi, malinconia e toni agrodolci, tra rock e americana, un tratto univoco da chi sa raccontare la vita, vengono mixate attraverso le relazioni, gli scambi, i desideri.
E' lì che oggi “passa” l'essere umano, e come venti anni fa (pensando al suo folgorante esordio omonimo), oggi se ne sente l’eco, con nuovi e riusciti tentativi di dominanza pronti a espandersi ovunque.
I'm William Callahan con la chitarra di Dan Baird è il primo acuto, la bellezza di Crooked Mile e I Won't Look Back innalza Almost Daylight prepotentemente, brillano di una luce soffusa ma persistente e in qualche modo magica: parlano di ‘Outsiders’, ‘small Towns’ tra l’amore e il nero della vita, hanno una loro funzione determinante in Almost Daylight, sembrano discendere dalle luci e ombre di Rembrandt anche per come ospitano la potenza di contrasti, esprimendo una ribellione agognata al controllo del pensiero e delle coscienze, tra rivolta e sofferenza.
Le ballate elettriche: la perseveranza di Go On, la redenzione di Send It On Down (con Lee Ann Womack) e la critica alla società di The Damn Truth, in esse la parola, ogni vocabolo, acquista valore perché facente parte di un insieme ed è lo stesso Chris Knight che si muove per e nell’essere del mondo.
La voce fa il resto, ma per comprendere un territorio come l’America, occorre innanzitutto ascoltarlo attraverso le voci narranti di Almost Daylight e non ci restituirà ciò che il territorio è, ma come questo si legge e si interpreta, orientandoci così nella sua comprensione.
Una strumentazione ricca, mandolino, banjo, armonica, hammond B3 e le chitarre, la sorgente da cui zampillano le ultime verità di Chris Knight (Trouble Up Ahead e Everybody’s Lonely Now, ballata lenta, liquida, trasparente, su una melodia accattivante), e poi c’è sempre una prima volta, ovvero un paio di covers: la prima di Johnny Cash, Flesh and Blood presente nel tributo del 2002, Dressed in Black e la meravigliosa rilettura di Mexican Home, un classico di John Prine dove l’american roots mantiene il suo lato di incantevole ricorrenza.
Gli ingranaggi della meccanica umana non combaciano mai perfettamente, ma toccano il cuore, lo stomaco e il cervello contemporaneamente, tanto che riascoltare Almost Daylight è quasi un obbligo, visto che è così pieno di cose, di parole, intuizioni, sentimenti e ovviamente, di gran musica.



     



 

 
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