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      HANGMEN (Cactusville) ••••

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  Recensione del  03/09/2019                 
    

La band di Los Angeles č sulla scena del rock dalla fine degli anni ’80, ma il loro ultimo tour risale al 2007 con i Social Distortion, il frontman Bryan Small ha oramai alle spalle un passato difficile di alcohol e droghe, la band ovviamente č mutata nel tempo, ma restano i texani nativi, oltre a lui, Angelique Congelton al Basso, poi la chitarra dalla Florida di Jimmy James e il nuovo batterista, Jorge Disguster.
Cactusville č il loro settimo disco, Rock con vertigini punk ma dal finale melodico, i The Hangmen partono in quarta, Cactusville e Lookin' For Blood agiscono da contrappunto allo stridere delle chitarre e alle dure percussioni, attorno a loro si costruisce non solo il disco, ma la sua stessa energia fisica, il suo ritmo.
Il rock gli fa da fondale, da quinta e da memoria, e i The Hangmen lo attraversano contagiando Cactusville con amore ed angoscia, se si pensa alle sue tante vite sbocciate sulla Hollywood Blvd, tra amore/odio per Los Angeles, di criminali e storie nude e crude all’ombra di Man In Black's Hand e Nobody's Girl, trascinanti e quanto mai avvolgenti, fra parola e vita nella deliziosa Death Valley, come se inclinando su un abisso di incertezza, Cactusville sia pronto a offrire l'equilibrio dell'angoscia.
Piazzano una serie ballate convincenti lavorando con bei risultati su confini dell'‘american roots’, Cold Memory Blues, Don't Look Back, Black Boots e specialmente in Don't Count Me Out dove dal grigiore costante si libera, dal bel solo centrale, il colore come dopo un temporale tutto Californiano.
Cactusville, un Arcobaleno imprevisto.



     



 

 
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