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      ROSE CITY BAND ••••

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  Recensione del  12/07/2019                
    

La band di Portland mette a fuoco ‘quadri’ temporali del rock dai quali è impossibile trovare una via di fuga (ma solo di entrata), arpionano l'attenzione da Rip City e ne trai subito sensazioni positive, il sentimento è in armonia con il paesaggio, si incamminano in ‘slow motion’ e sale una malinconia dalle strade dell’Oregon.
Aspetti di vita in territori immensi, spazi circoscritti da una chitarra ipnotica e poi entra l’armonica, la melodia si accomoda sottopelle come Wide Roll dalle connotazioni cosmiche e trascendentali, psichedeliche nei 7 minuti di Me and Willie e in Rivers of Mind, il debutto della Rose City Band si aggira in uno spaz1o rurale e desertico come un'incubo esistenziale pronto a cambiare valenza simbolica, non solo luogo assoluto della perdita ma, anche luogo del ritrovamento dei valori umani perduti.
Il fascino di Rose City Band è come un corpo in continua mutazione, la chitarra steel nella bellezza sprigionata da Wandering Feeling si incunea in altri corpi, e piace l'Idea di essere contemporaneamente in più luoghi, magari appena visibili (in fondo quelli di Rose City Band sono sentieri ... mica autostrade), e si arricchiscono di sguardi nuovi, diversi, negli altri 7 minuti di Fear Song, e la delizia conclusiva diffusa da Fog of Love pronta a fare di più: come un contagio si estende, si allarga a macchia d'olio, infetta e scatena reazioni.
Rose City Band se preso a piccole dosi, può essere uno strumento benefico.
Può infatti divenire il luogo adatto a liberarci dalle nostre nevrosi e dai nostri complessi, riuscendo a comunicarli agli altri molto meglio di costose terapie di gruppo.



     



 

 
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