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      TK & THE HOLY KNOW-NOTHINGS (Arguably OK) ••••

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  Recensione del  19/06/2019                       
    

Sguazzano nell’alt.Country dove il rock e le chitarre hanno la giusta luce, Taylor Kingman capeggia la band di Portland in un debutto brillante e interessante che si muove lungo una linea temperata dalla sacralità e dai misteri del mondo country western.
Personaggi pieni di significato, cuori solitari come dovrebbero essere i cowboys, l’oscura profondità del West solcata dall’elettrico, squilli improvvisi delle chitarre che mediano a un percorso folkeggiante che segna Arguably OK nell’avvio di Alone e Dejavudu.
Si prospetta uno di quei viaggi di per se paradossali, Arguably OK è irriverente e dolce, rasposo e poetico, nello spazio tutto personale che si allarga fra Desert Rose, Good Stuff e Emmanuel emerge allora una nuova opportunità per il country, e il testo si fa sempre più inscindibile dalle melodie.
In Hard Times si slitta impercettibilmente da una dimensione all'altra in una continuità temporale tra country e rock, viene così a crearsi un tempo in cui ci si muove secondo uno scivolamento che è verticale, più che orizzontale.
È causato dai fendenti alla chitarra su cui si adagiano i momenti della vita quotidiana, quanto le variazioni emotive dei rapporti tra i vari personaggi di Lord, Why'd Ya Make Me?, The Devil's Point e Tunnel Of A Dream dove si aggiunge l’armonica, ha i giusti tempi e lo spazio sono proprio quelli in cui si muovono TK & The Holy Know-Nothings.
E arrivano solo certezze da Arguably OK.



     



 

 
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