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      DEREK DAVIS (Resonator Blues) •••½

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  Recensione del  19/06/2019             
    

Terzo disco solista per Derek Davis, carriera iniziata nell’Hard Rock e poi traslata nel R&B, il cammino diventa interessante con Resonator Blues nella tradizione rurale del Sud Americano, fonte di luci e sguardi senza fine.
Per lo più è un ‘one man band’, suona percussioni, chitarra e basso (all’armonica c’è Charlie Knight, e si fa apprezzare in Whiskey And Water e in Prison Train), Resonator Blues è comunque un disco versatile, col suo sguardo lucido sul blues cattura immediatamente, vicino/lontano alla tradizione nella Title track, aderente e in fuga da quei corpi incisi nella storia quando contrappone passaggi tra acustico e elettrico nello swamp/rock e delta blues: Sweet Cream Cadillac, un tributo a Eddie James Son House, Muddy Waters nella bruciante Mississippi Mud e poi ancora Jesus Set Me Free e Death Letter dove Derek Davis insegue dimensioni del tempo, dello spazio, del movimento nel blues ammalianti e ipnotiche, specie in Unconditional Love.
Un paio di ballate tra folk/americana come Penitentiary Bound e Back In My Arms mostrano come Resonator Blues sia un disco sincero, ed è questa sincerità il punto di forza di Derek Davis.
La si percepisce, la si assorbe.



     



 

 
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