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      STEVE EARLE & The DUKES (Guy) ••••

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  Recensione del  22/04/2019                       
    

Dopo il tributo a Townes Van Zandt, tocca all’altra icona texana, Guy Clark.
Un diciannovenne lo conobbe sulla strada di San Antonio, autostop in direzione Nashville, è il 1974, la storia cambia per Steve Earle che diventerà il suo bassista, gli farà scoprire la sua strada ma resterà suo amico fino alla scomparsa nel 2016 a causa di un tumore.
16 brani registrati in 16 giorni, Guy è un disco ricco, non poteva essere altrimenti, in cui vengono a sovrapporsi, ad accavallarsi, note a note, ed ogni nota, a sua volta, ne rimanda ad altre «assenti», Steve Earle lascia che sia la musica la vera costruttrice di Guy: mentre si muove come la matita che cerca di tracciare un unico percorso nella discografia di Guy Clark, essa forma le divagazioni, le partiture di Dublin Blues e Desperados Waiting for a Train fanno in modo che il piacere di riascoltarle non si arresti, componendo un continuum che dia atto della compiutezza di Guy .
Il country/bluegrass, sbarazzino in The Ballad of Laverne and Captain Flint e New Cut Road, malinconico nella ballata di The Randall Knife e di She Ain't Going Nowhere, alla carica rock della splendida Out in the Parking Lot, sono brani che segnano progressivamente un avvicinamento ad alcuni disegni appesi alle pareti della vita di Guy Clark, fino ad isolarne alcuni, dopodiché Steve Earle entra letteralmente in un disegno e comincia a scorrere, a spostarsi tra le linee con la melodia, per iniziare un viaggio molto personale (That Old Time Feeling e The Last Gunfighter Ballad), dove ci si perde nella ‘parola’ che si fa immediatamente coinvolgente.
Guy è una storia o meglio un intreccio di storie, che portano l’ascoltatore lontano, in un mondo fatto di tracciati, di percorsi, di direzioni nella vita di Guy Clark, Steve Earle insieme ai Dukes e a vecchi amici (Terry Allen a Jerry Jeff Walker a Rodney Crowell e altri ancora) nella magica bellezza finale di Old Friends donano l’ultimo tocco di colore a Guy.
Come una chiave che apre spiragli magici in un universo in B/N, quasi come se il mondo fosse diviso in dimensioni spazio-temporali ed il colore fosse l'esaltazione di un'emozione fortissima, che, a turno, tutti subirete.



     



 

 
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