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      RYAN BINGHAM (American Love Song) ••••

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  Recensione del  11/03/2019                 
    

Qualunque sentiero di American Love Song, scontato o a sorpresa, imbocchi Ryan Bingham, nella quasi totalità dei brani vi giunge determinatissimo a non alterare di una virgola quanto ha in animo di dire, indipendentemente dallo sfondo: rock, americana, blues con la chitarra slide o nei tratteggi da puro folksinger.
15 brani e più di 1 ora di musica, American Love Song parla di Ryan Bingham, della sua vita, di come la vede in giro per l’America, così cambiata e poi la politica, al presidente Trump ‘bravo a vendere bugie’.
Alla Axster Bingham Records si fanno le cose come si deve, come ci si aspetta dal cantautore texano, Jingle and Go e Nothin' Holds Me Down fanno subito respirare il rock, lontano.
I congegni non sono troppo oliati, alla ricerca di un confine - fra stati, ma soprattutto interiore, umano - American Love Song si muove come in una zona sconfinata e non tratteggiabile come il deserto texano tra Pontiac e le ballate elettriche Lover Girl, What Would I've Become e l’acustiche Beautiful and Kind e Wolves.
Il blues lascia sentire il proprio gemito in Got Damn Blues generando una sensibilità quasi opaca, offuscata e uniforme, ottima soluzione che pervade gli strati di Hot House e la sinuosa bellezza finale di Blues Lady, utili per non rinunciare a interrogarsi su un terreno forse poco battuto ma comunque, nel resto di American Love Song, Ryan Bingham riesce a creare un ventaglio di situazioni melodiche intriganti, in cui non è certo arbitrario leggere le sue idee.
Non il suo più bel disco, ma soltanto perché il disco più bello di Ryan Bingham è sempre il prossimo.



     



 

 
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