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      OLD HEAVY HANDS (Mercy) •••½

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  Recensione del  12/02/2019             
    

La band della Carolina continua a muoversi nello spazio aperto dell’americana, un paesaggio che si allarga al rock e anche se le sonorità agresti restano uno spazio ristretto, l'angolazione data dagli Old Heavy Hands non proibisce una visione sufficientemente ampia sull’American music.
Il trio formato da Nate Hall, Larry Wayne e David Self sfodera chitarre grintose sin da Drag Me Down, una rapida connessione 'profonda', interna col paesaggio americano di Golden Rule e dalla chitarra steel di Fall Back In, sentito in quanto 'orizzonte di senso' dell'esperienza e della conoscenza determinata con l’ottimo debutto omonimo del 2016, non solo è inscindibile, ma è esperibile solo all'interno di Mercy.
Long Long Gone, Mercy e Wrap Me Up Tight rappresentano la sostanza degli Old Heavy Hands, a porsi come tasselli parziali, ben abbozzati e non semplici da archiviare dopo un ascolto, per un mosaico di suoni nel rock/americana a cui è impossibile sfuggire, da afferrare nella sua interezza in Motorcycle Song e Human Garbage.
A far da contrasto nel finale, il pianoforte nella ballata di Don't Wait Up, va a collocarsi su uno sfondo paesaggistico accarezzato con le tonalità calde del rimpianto, in una dimensione di vecchie esperienze che non rappresenta un limite per gli Old Heavy Hands, ma uno spazioso orizzonte.



           



 

 
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