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      WATERMELON SLIM (Church of the Blues) ••••

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  Recensione del  08/02/2019                 
    

In giornate buie e gelide, dove fino all'alba ci si scalda a colpi di whisky davanti al fuoco, Watermelon Slim è quello che ci vuole.
St. Peter's Ledger libera la chitarra in traiettorie semplici eppure gravi, senza altra motivazione che una libertà, un piacere del movimento nel blues da condividere con 2 ospiti, Bob Margolin e Albert Castiglia, cui, peraltro, non si contrappone sempre un limite.
Laddove percorrono spazi chiusi eppure ampi in Tax Man Blues, Church of The Blues raccoglie 7 brani originali e altrettanti per un tributo ad un passato da non dimenticare, l’armonica e la voce di Watermelon Slim hanno la medesima forza in Gyspy Woman e Me and My Woman, allo stesso modo dei fiati in Post-Modern Blues e Mni Wiconi - The Water Song, non esiste né dominio né prevalenza, le chitarre (c’è anche la slide di Nick Schnebelen) sanno coadiuvare gli uni alle altre operando sottrazioni in entrambi i casi ed è la forza di Church of The Blues.
Quando ci si imbatte nella trascinante bellezza di Get Out of My Life Woman, la comprensione del senso del blues è solo attraverso il blues, schema che sembra semplice per Watermelon Slim, nel fascino delle versioni di Smokestack Lightning dei Howling Wolf e di 61 Highway Blues di Fred McDowell, è il movimento a spirale della chitarra, il suo girare intorno ad un 'centro' che è tale proprio perché perennemente 'differito', il suo rimandare ad un 'passato' che risulta essere interno a Church of The Blues.
Nel finale la 'classicità' stessa del blues pensata in una sua assoluta e cristallina 'purezza' alcolica in Too Much Alcohol e Charlottesville (Blues for My Nation) fanno pensare a Church of The Blues come una gioia, un qualcosa che va gustato con cura.
Sensazioni sempre più rare di questi tempi.



           



 

 
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