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      DEWOLFF (Thrust) ••••

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  Recensione del  18/06/2018                       
    

Una luce nordica sfocata e opacizzante del classic rock, è il particolare dei fratelli Pablo (voce/chitarra) e Luka (batteria) Van De Poel che si delinea nel nuovo album Thrust e non potrebbe essere stato che scritto pensando agli anni ‘70 e realizzato solo in quella palude di suoni, in quella foce così feconda, perché solo quei luoghi hanno i colori, i toni e i respiri adatti alla storia dei DeWolff, la quale a sua volta si fonda su di esso.
La band Olandese (nome ispirato al personaggio di Harvey Keitel nel film Pulp Fiction) non smarrisce la rotta delineata nella scorsa decade con 5 dischi, Big Talk e California Burning mostrano che Thrust è un disco ‘di pancia’ ma allo stesso tempo ‘di cuore’, coinvolgenti respiri di rock che depistano, capaci di prendere più direzioni quando ci si è appena abituati a un ritmo, a un tono specifico nelle ballate di Once In A Blue Moon e la splendida chiusura di Outta Step & Ill At Ease.
Ascoltando Double Crossing Man e Tombstone Child ci si rende conto che basta lasciare che il gusto del classic rock, tenuto saldamente in mano nell’acida Deceit & Woo (apparentemente scritta nel periodo dell’elezione di Trump), ritorni su, e lo fa, eccome se lo fa..
Thrust se parti ad ascoltarlo, non scendi più fino all’ultima nota, i brani rotolano uno dopo l’altro e i DeWolff distendono per bene la mappa dei suoni pigmentati con tracce soul in Sometimes, di R&B in Swain, fino al contagioso cambio di passo di Freeway Flight e alla deliziosa Tragedy? Not Today, un’emozione prolungata al termine della quale ne sai più di prima sui DeWolff.
Un disco materico, pulsante, che si butta in pista premendo sull’acceleratore, senza avere paura di non chiudere bene le curve, che può anche precipitare verso abissi pericolosi ma le movenze nel rock, quel suono cristallino, non fa altro che rimbalzare di continuo sul tavolo della nostra attenzione.



           



 

 
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