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      BRENT COBB (Providence Canyon) ••••

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  Recensione del  18/06/2018                       
    

Dal fondo di una metropoli come Nashville qualcosa si è mosso in direzione dello sguardo di Brent Cobb, voglia di spazi aperti, la strada verso le piccole città di provincia per ritornarsene nella Georgia che tanto rigirava nell’ottimo esordio di Shine on Rainy Day.
Cantando della dualità della vita, la strada percorsa è quella di un musicista, sulle ‘highways’ solcate da tanti altri, certo, ma un brano come Providence Canyon, la ballata iniziale, mostra che il ragazzo appare ispirato parlando della sua infanzia, cresciuto musicalmente (e quì lo ha aiutato molto il recente tour con Chris Stapleton) come in fase di scrittura, la brillante King of Alabama che parla di un altro musicista, Wayne Mills assassinato nel centro di Nashville.
Le parole hanno un peso, così come il suono orientato all’Outlaw Country, le luccicanti chitarre in Mornin's Gonna Come non escono mai fuori dai confini di una messa in scena elettrica e che non smette di operare in Providence Canyon, diluiscono l’azione nella dolcezza delle ballate come Lorene e Come Home Soon, quest’ultima dedicata alla sua terra, dove ha sempre pensato di vivere e morire, o per un insieme più esteso e assoluto in High In The Country, come nell’atmosfera polverosa che si alza da Sucker For A Good Time, storia ancora autobiografica, e If I Don't See Ya.
Racconti in note che sfiorano l’esaltazione della vita giovane, non c’è niente di male, s’innalza, digrada, senza sbandare, ma elevandosi definitivamente nella parte centrale di .30-06, con nel finale una sponda country viva e pulsante in When The Dust Settles e la splendida Ain't A Road Too Long, la quale, ascolto dopo ascolto, continua a traboccare dei colori della vita e a giocare con essa, con un’energia legata allo spirito del rock sempre in fermento.
Providence Canyon vernicia a nuovo il talento di Brent Cobb.



           



 

 
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