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      STEVE HILL (The One Man Blues Rock Band) ••••

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  Recensione del  18/06/2018                 
    

Il primo disco dal vivo del songwriter/chitarrista Steve Hill, è uno di quelli che sgorgano dalla terra del blues/rock dopo percorsi sotterranei che si conoscono (il progetto Solo Recordings Volume 1, 2 & 3), come un lago che raccoglie le sorgenti più diverse e mescolano mille nevi in un’unica acqua, che poi prende un nome, e quel nome è quello di The One Man Blues Rock Band.
Registrato in Quebec, Canada, 14 brani per 1 ora e 10 minuti, con le chitarre che sorgono e tramontano oltre il desertico abbandono di un paesaggio che appare subito nervoso in Rhythm All Over, ‘inseguito’ con simmetrico fascino in The Collector e una splendida Damned in un andare senza sosta con struggenti fermate in Out of Phase, dilatate dall’armonica in Tough Luck e Nothing New.
Il lavoro alla chitarra è dalle mille sfumature, si ferma sulla soglia del rock, guarda la scena col blues, improvvisamente illuminano Never Is Such a Long Time, Emily e Still Got It Bad basate frequentemente sul dialogo stretto fra percussioni e da quel suono desolatamente strascicato che le corde della chitarra liberano, e in The Ballad of Johnny Wabo, ogni riff è sottoposto al dilavare del tempo del rock.
La corrosiva Voodoo Child (Slight Return) chiude con 7 minuti da incorniciare, tali da rilasciare quei detriti del rock capaci di riuscire a contaminare le vostre future giornate, di quelle che finiscono per replicarsi noiosamente all’infinito.



           



 

 
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