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      IAN SIEGAL (All The Rage) ••••

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  Recensione del  07/04/2018                       
    

All The Rage ha una parvenza politica netta, sale la protesta e riflette la rabbia e la paura di Ian Siegal per una crisi abissale nella quale il Mondo è crollato, schiacciati da una serie infinita di regole e costrizioni che inibiscono l’essenza umana.
Un mondo scuro fatto di rabbia e frustrazioni, emozioni che salgono decise da Eagle-Vulture e Jacob's Ladder, e sembra di essere caduti in un deserto, in un ennesimo vuoto e uscirne non solo è impossibile, ma soprattutto vietato.
Emerge così il sentimento dell’angoscia e il blues e lì a dare quota, elettrico, con qualche incursione dal profondo Mississippi, riflettono veleno in The Shit Hit e nell’immaginario apocalittico di Ain’t You Great?
Il rock/americana non cerca di portare speranza in Won't Be Your Shotgun Rider ma una profonda riflessione sulla transitorietà dell’esistenza, composta di luci, di ombre anche in un’altra splendida ballata come Sweet Souvenir, entrambe risaltate dalle vibrazioni delle corde della chitarra.
Immagini e suoni che avvolgono anche la sinuosa My Flame, Ian Siegal con cruda ma innegabile efficacia, a questa duplicità di stili, a questo gioco di specchi e di ombre, a questa lacerazione sempre aperta tra detto e indicibile che sale da One-Eyed King e If I Live, è impossibile sottrarsi.
La conclusiva Sailor Town con l’amico Jimbo Mathus (che collabora in altri 2 brani) ribadisce che Ian Siegal è soprattutto una voce diversa da ogni altra, che scava nelle radici nere del blues per colorare di vitalità e dolore i riff di chitarra delle sue canzoni e All The Rage restituisce canzoni belle e interessanti perché coinvolge, stuzzica, emoziona e avvince.
E soprattutto, nella sua struttura limpida, crea caos nella nostra già accidentata visione del mondo, ci aiuta, noi, rassegnati osservatori.



           



 

 
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