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      DOROTHY (28 Days In The Valley) •••½

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  Recensione del  07/04/2018                 
    

Le relazioni interpersonali comandano sin dalla deliziosa Flawless, danno il giusto pepe e non ci va di certo leggero la front woman Dorothy Martin che canta di un viaggio spirituale lungo 28 Days In The Valley, ma è l’amore e le sue fregature a dettare gli input nervosi, la donna come civiltà/trappola, che minaccia di inscatolare l’uomo in tutte quelle cose che un mondo basato sull’azione virile cerca di evitare come la peste.
Il rock non può che aggredire in On My Knees, ma è anche lirico e riflessivo in Pretty When You’re High e Black Tar & Nicotine, la band di Los Angeles dei Dorothy conferma le note positive dell’esordio di Rockisdead, del 2016, a qualche sfuriata nel punk con Who Do You Love fa da contraltare la corale piacevolezza di Mountain, inseriscono l’imprevedibilità dell’intuizione nel rock, che eccede l’Insieme di 28 Days In The Valley, ed eccedendolo, così, lo salvano, specie in Freedom e White Butterfly.
Quei continui rimandi bucolici di 28 Days In The Valley non sono male, perfetti per le highways americane dove scorre Philadelphia, e si ascoltano senza intoppi percorrendo con interesse crescente il tracciato scelto dai Dorothy anche in Ain’t Our Time To Die e nella lunga schitarrata della trascinante We Need Love. Amore, appunto.
Ma è la donna il punto di fuga dell’amore; è il cuore della spirale che avvolge 28 Days In The Valley.



           



 

 
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