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      HOWLIN' SUN (Howlin' Sun) ••••

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  Recensione del  12/02/2018                   
    

Se cercate un appiglio dal quale scorgere del buon classic rock, rivolgete l'orecchio verso la norvegia degli Howlin’ Sun: lo cominciano a seguire, a osservarlo da lontano in Hitchhiker Of Love, a stalkerarlo, si direbbe oggi, e sotto sotto a conquistarlo con Westbound.
Sforano i 4 minuti poche volte, un disco breve ma con una freschezza invidiabile anche nella voce di Tor Erik e dalla chitarra di Magnus Gullachsen che in modi diversi potenziano la volontà di Howlin’ Sun di misurarsi con il linguaggio del classic rock anni ‘60/’70.
Prende forma, si allarga e diventa imponente, nel fascino di Move e tra i cambi di ritmo di Strange Night, ci sono poche geometrie, il suono è frastagliato e dalle forme selvagge come tra le montagne e gli alberi della Scandinavia.
Gli Howlin’ Sun sanno giostrarsi tra passato e presente con sobbalzi e sorprese, in Jupiter e Yellow Lit Road contemplano un ‘tempo’ del rock simile a quello di un tempo immaginario, non lineare, di veglia sonno e sogno, evocativo e prossimo nel solo alla chitarra finale, poi assestano altri ‘uppercut’ in pieno stomaco, di quelli che ti smuovono, nel cuore di Day-To-Day Blues e in Nothing Like A Shelter, piazzando efficacemente l’armonica in The Day Took My Sunshine Away così turbolenta e densa da rischiare di andare fuori giri.
Ma non è così, si resta solo abbagliati, e la ballata acustica finale di A Little Bit Of Rain è lì a mantenere accese le luci a Howlin’ Sun per spegnerle alla fine.
Ma Howlin’ Sun è come il bianco impresso su uno sfondo nero.



           



 

 
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