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      TOM CHACON (Blood In The Usa) ••••

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  Recensione del  12/02/2018                 
    

Era ora, dopo lunghi 5 anni Tom Chacon torna a parlare di lavoratori, immigrati che popolano zone poco visibili, con uno stile minimale per lo più acustico, una mezz’ora, breve ma utile a dipanare una matassa come gli USA, un insieme multilineare, composto di linee di natura diversa.
Le linee della pregevole ballata I Am an Immigrant non delimitano né circoscrivono Blood In The USA, ma seguono direzioni, tracciano verità in perenne disequilibrio, talvolta si avvicinano, talvolta si allontanano le une dalle altre tra la mancanza di lavoro e le disillusioni di persone che fanno fatica ad essere contenute nel mondo, chiuse, circoscritte, regolate, e che quel mondo lo guardano scappare e accartocciarsi in un’altra ballata magistrale come Union Town e di Blood In The USA.
Ogni linea è spezzata, soggetta a variazioni di direzione, biforcante e biforcuta, soggetta a derivazioni, tra l’armonica di Easy Heart e una Something The Heart Can Only Know che è un po’ sismica, non subisce evoluzioni, ma le parole producono scosse, come quelle dei contadini di Empty Pockets e Work At Hand.
Splendida chiusura con Big as The Moon, l’armonica apre ai colori della chitarra elettrica che come un fiore è in grado di intrappolare l’ascoltatore in un labirinto di segni, di rimandi e di aporie dal profumo inebriante e misterioso.



           



 

 
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