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      LAZER LLOYD (Freedom's Child) ••••

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  Recensione del  12/02/2018                 
    

Chitarre acustiche ed elettriche si miscelano tra racconti autobiografici e spirituali per l’americano di origini israeliane Lazer Lloyd.
Al secondo disco gioca con il rock ma lo piega a sé solo a volte, e quando se ne lascia prendere i risultati sono notevoli come nell'allettante carica iniziale di Blessed Man.
Lazer Lloyd sa costruire un disseccato sistema di spettrali doppi col rock che si fronteggiano e si incrociano su ruvidi sfondi urbani in Talk, verso la periferia bucolica in Good Woman, alquanto desolati nell’unica cover (All Along The Watchtower di Bob Dylan), e nelle accensioni di We Are All God's Children e della strumentale Esqueça Do Mundo (Forget The World).
Lazer Lloyd ama rivoltare le carte in tavole in Freedom’s Child o semplicemente ama confonderne i riflessi con intense ballate dove la realtà fugge esattamente come il tempo, tutt’e due corrono troppo veloci da poterli fermare, figuriamoci comprenderla, quindi non resta che seguire il racconto bluesy in prima persona di Freedom's Child, la saggezza di God Money And Women, e la bellezza dell’armonica lungo la malinconica Letters.
Dentro gli iati della vita, nel vuoto delle ellissi del reale, lì Freedom’s Child trova la sua ragione con la sua appartenenza al rock e negli spazi acustici che consentono a Lazer Lloyd di prendere traiettorie diverse, ma anche di prendere le misure per una costante verifica di Freedom's Child.



           



 

 
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