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      A VALLEY SON (But the World Moves) ••••

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  Recensione del  25/11/2017                 
    

Portami là, sì, è facile seguire la strumentale Take Me There a quella fatiscente dimora impressa nella cover e immersa in un paesaggio dove la quiete sembra la vera padrona di casa.
Il frontman Trey Powell e gran parte dei A Valley Son, sono cresciuti in isolate e rurali comunità della Virginia, un po’ diverse dalla New York dei loro ultimi tempi, ma nel loro disco di debutto c’è molto di quel passato e sebbene la nostalgia sia dietro l’angolo pronta a spuntare, But The World Moves la nasconde, o meglio, la riesce a trattenere tra rock e americana, tra saliscendi melodici (In the Low Light of the Late Afternoon, Mad God 20/20 e Leaving Is Easy) che rispecchiano racconti di cose buone e cattive, e soprattutto su cosa è definire ‘Casa’.
Bella domanda, e un’altra è pronta dietro The Ghost of Philip Seymour Hoffman, sull’attore americano morto troppo giovane (mi piace ricordarlo in The Master di Paul Thomas Anderson), brano intrigante, corale, ben elettrificato come The World, It Moves ad aprire un finale in crescendo con Lights in the Sky e Sunset Park, rock più urbano verso la ‘Grande Mela’, fatta di luci, diversità culturali e dalla tante influenze come ci si aspetta da una grande Metropoli.
Non resta che tornarsene a casa, se la seconda strumentale, Take Me Back, vi aggancia ma non del tutto, allora alla conclusiva bellezza di Bring Me Home sarà difficile resistere, con quelle steel guitars ad aprire spazi infiniti nel cerchio di But The World Moves che sembra chiudersi, come il bel viaggio dei A Valley Son.



           



 

 
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