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      HELLBOUND GLORY (Pinball) ••••

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  Recensione del  25/11/2017                 
    

Ci voleva Shooter Jennings per riportare a galla gli HellBound Glory.
Produce l’outlaw country band del vocalist e songwriter Leroy Virgil tra honky tonk e schitarrate dal vero sapore agreste, mostra traiettorie di Pinball alquanto accattivanti, tra storie alcoliche, donne con gli attributi e scenari tipici da film avventurosi, piazza nel bell’avvio di Merica (The Good Ole U.S.A.) la quintessenza degli HellBound Glory fatta di divertenti e irreverenti scenari, e partono proprio dalla stessa cover di Pinball.
Country deliziosi come That's Just What I Am e Six Strings Away, bastano per immaginare la contemplativa e poetica stasi di un paesaggio bucolico e dei volti che lo animano, a rinforzarla c’è Sun Valley Blues #3 (Bloodweiser) che si avviluppa su se stessa con un bel giro alle corde della chitarra e la frenetica Pinball.
Ballatone di effetto sono Empty Bottles e soprattutto la nostalgica Delta Dawn, belle come un pendio erboso di terre sfuggite all'urbanizzazione, tutti luoghi sotto lo stesso cielo di Pinball che diventa plumbeo col rock lento e stridente di Hellbound Blues, dove si addensano parole che sono come nuvole minacciose, e le chitarre sanno ancora come vibrare in Another Bender Might Break Me e nella conclusiva Blue Yodel Number 5 (California Blues).
Come l’acqua, col suo scorrere costante e impassibile, che tiene la memoria di quello che è successo in Pinball.



           



 

 
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