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      GOLD STAR (Big Blue ) ••••

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  Recensione del  06/09/2017             
    

Come in una pellicola in bianco e nero, un quadro vivente a colori, così da essere isolato e facilmente riconoscibile.
Il disco di Marlon Rabenreither, viennese, in arte Gold Star, è di una bellezza disarmante, per il modo in cui richiama la tradizione musicale americana, Come With Me è il concentrato di Big Blue: chitarra, hammond e armonica per rilasciare una ballata vagabonda e vagheggiante, ubriaca al primo ascolto, profonda, disperata come chi cerca di salvarsi dal nichilismo quotidiano e Blue Moon rincara la dose con quella sua atmosfera malinconica, come dinanzi a un tramonto degli anni ’70, bellezza in grado di aprirsi e ampliarsi, è comunque un passo avanti al secondo disco per Gold Star.
Sonny's Blues, It Ain't Easy, San Francisco Good Times, vivono in un presente apparentemente fuori dal mondo e che strizza l’occhio a un passato che non c’è più, base americana, rock e un songwriting niente affatto banale, aprono tante connessioni, ci infilo il primo Neal Casal, ma a Voi la scelta, When You're Here apre altri suggestivi squarci onirici, si insinua in un tonalità tipica Americana, strade polverose e infinite abitate dallo spettro del cinema di John Ford.
Deptford High St., Be Here Now e The Strangler tengono alto il livello del finale di Big Blue, un disco perfetto nella desolazione di un ambiente che non riesce a offrire nulla più che la tristezza e una convivialità di facciata dei bar di periferia.
Aprire la mente con Big Blue sarà una schiocchezza e una salvezza.



           



 

 
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