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      COLTER WALL (Colter Wall) ••••

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  Recensione del  30/06/2017                 
    

Un venerdì di fine Marzo, nello stracolmo Emo’s di Austin, tutti in attesa dello show di Margo Price (che non deluderà le attese), compare un ventenne, Colter Wall, songwriter canadese con incroci intriganti: una voce cavernosa alla Tony Joe White, spirito bucolico alla Johnny Cash e melodie alla Waylon Jennings.
Altro che una variante su un tema fondato su fantasmi country, vien fuori una spiccata sensibilità d’autore a sentire le prime ballate che aprono Colter Wall (un nascosto e ardente honky tonk come Thirteen Silver Dollars e due introspettivi racconti di vita e morte come Me and Big Dave e Codeine Dream), e diventano il tassello per una duttile composizione cartesiana dello spazio country.
Le steel guitars solcano con tempi diversi, la deliziosa Motorcycle e le scurissime Kate McCannon e Fraulein, siamo dalla parte dei songwriters Texani, non vi è dubbio (e non solo per la cover di Snake Mountain Blues di Townes Van Zandt), poi ci sono You Look to Yours dove i colori di Colter Wall vengono fuori, pastosi, intensi, metaforici, e la splendida ballata finale di Bald Butte, in grado di determinare immediatamente il carattere di Colter Wall e di definire il colpo d’occhio di un racconto, in parte auto-biografico.
Ad Austin, in quel Venerdì, il ritmo, adesso uno spazio uggioso e malinconico, ma entrambi protesi degli stati d’animo che attraversano Colter Wall.



           



 

 
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