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      JAMES CAROTHERS (Relapse) ••••

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  Recensione del  28/06/2017                 
    

Voce baritonale, James Carothers incarna appieno il movimento ‘Outlaw Country’, quello legato alla Vecchia scuola, quello che nelle stazioni radio non amano, ovvero un country corposo, selvaggio alla Waylon Jennings e Merle Haggard, quello abbracciato da Relapse, la Title track, che tra sfondi bucolici, fumosi e alcolici, piazza le steel guitars nella giusta prospettiva e sull’imperscrutabilità della vita reale, parte un’avvolgente spirale che una volta innescata non si può più arrestare.
Nel rurale Tennessee, James Carothers cantava in chiesa, poi ha iniziato a bazzicare i locali danzanti a honky tonks fino in New Mexico, solo a Nashville i primi passi nel 2014 con un EP Honky Tonk Land per farsi strada, e Relapse dimostra che la stoffa c’è.
Lo spirito ruvido di Can't You Feel That Spirit si mischia bene al violino e al banjo, pungente la convincente Colt 45 e disegna Relapse come un puzzle di un paesaggio che prende forma sull’incastro perfetto dei pezzi. Ogni pezzo al suo posto.
E, una volta costruito, restituisce un disco ordinato e solido (la trascinante immersione bucolica di I've Always Been Crazy in onore di Waylon Jennings e Back To Hank), alcune ballate di spessore tra cui Choices di George Jones, e nel finale altra spruzzata da rocker in Broke Even ma il talento di James Carothers sa adattarsi come l’acqua, che scorrendo modifica la morfologia del terreno in Relapse.
Trova il suo alloggio nell’acustica storiella finale di Honey I'll Never Kill You, che dall’altro, non fa che riassestare i rivoli di talento che ha generato James Carothers in Relapse.



           



 

 
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