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      JIMMY STEWART (Poor Rambler) ••••

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  Recensione del  29/08/2016             
    

Un caro amico del country man Chris Stapleton, hanno scritto insieme Might As Well Get Stoned sull’acclamato (splendido!) esordio Traveller, che spiega: “He always wore a cowboy hat. I was like, ‘Man, I just can't wear cowboy hats.’ He said, ‘That's just because you haven't found the right hat’”, e infatti sulla copertina di Poor Rambler, con lo Stetson in bella vista, Jimmy Stewart ci fa capire che lui è un altro cowboy di cui potersi fidare.
Rispolvera il successo di un Ep dello scorso anno e lo fa diventare un disco, Poor Rambler è sano country rock, steel guitars pimpanti e sempre attive tra elettrico e acustico fin da Poor Rambler, quel tanto che basta per dimenticarsi della pressante densità di popolazione che ci circonda, dell'industrializzazione massiccia, degli sconvolgimenti economici e sociali con il degrado che spesso ne consegue, verso un immaginario tra campagne, cowboys che non rigano certo dritto ma dai sani principi, irresistibili e febbrili honky tonks che fanno battere i piedi a terra (Sleeping With the Radio On, la conclusiva Trailer Park Blues e la puntatina nel rurale Sud di Free Born Man), melodie come fiumi per accompagnarci mentre ci si allontana dalla città, la voce avvolgente e la chitarra di Jimmy Stewart arpionano anche le deliziose Flat-out Lonesome e Ain't No Trouble to Me.
Poor Rambler, anche nel finale da la sensazione di bere sorsate e sorsate di acqua da una sorgente country, pura e rinfrescante, in piena libertà di parole e lap steel in Heartbreakin' Machine, Nekkid e School Bus, aria festosa in It's a Wonderful Life e con la ballatona di Everything's Closing in on Me che fa andare la mente nella direzione del whiskey.
Poor Ramble, un bel disco in cui i segni di sano country lampeggiano ovunque.



           



 

 
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