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      PONY BRADSHAW (Bad Teeth) ••••

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  Recensione del  29/08/2016           
    

I Pony Bradshaw e l'arte di piegare, intrecciare, legare tessere di un virile honky tonk.
La band della Georgia lo ‘pettina’ con le chitarre, il giunco che cresce nelle paludi del Mississippi sopravvissute alle bonifiche del tempo, come tra le nebbie di una foresta oscura, sciorinano gli echi sontuosi della malinconia che entra da 10 By 10.
Costante e vincente risulta l'alternanza tra l’aria bucolica che si respira in My Old Lady e No Chains con le spregiudicate soluzioni di White Snake Moan, chitarre ben rodate a fare da traino a Bad Teeth, la trama di Poison On The Vine, le steel guitars s'incrociano di continuo e la loro presenza diventa sempre più familiare in Bad Teeth, tra barriere malinconiche che non impediscono di andare al di là del country, ma se ne resta intrappolati.
Eloquente la bellezza di Didn't It Rain e Bad Teeth, gli sguardi dei Pony Bradshaw sul country diventano linee deformate o ispessite, superfici corrugate, macchie dense e stillanti di una materia fisica dove si evidenziano dettagli eloquenti come indizi sulla vita, il carattere di Bad Teeth e la storia di personaggi cui appartengono.
Le ballate avvolgono anche il finale, Work, Lafayette e il lungo solo chitarristico di Josephine emergono sullo sfondo di Bad Teeth in sovrimpressione, inondandolo come un fluido.
Difficile opporsi al loro fascino.



           



 

 
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