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      OLD HEAVY HANDS (Old Heavy Hands) ••••

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  Recensione del  28/08/2016             
    

Al centro di Greensboro, North Carolina, c’è un negozio di tatuaggi Legacy Irons Tattoo, il centro vitale di un trio di musicisti, Larry Wayne, David Self e Nate Hall, che precisa: “It’s our life. You sit around tattoo shops listening to music constantly all day long.”
Sono gli Old Heavy Hands, nel loro disco di debutto suonano dobro e pedal steel e le mischiano a un genuino songwriting che ha la forza e la capacità di addensare lo spazio del country al tempo dell’americana: ballate decise ma che non hanno fretta, gli Old Heavy Hands scandiscono minuziosamente ogni gesto alle chitarre con storie di famiglia, tempi duri, highways, tanta nostalgia, morte e dignità bucolica.
Entrano di petto dalla brillante e frizzante Gates Swing Wide, pastosa e densa come Oh Virginia eppure la melodia in qualche modo è sempre trasparente, luminosa, le procedure tonali si attaccano a una borderline acustica che è pronta a cambi di ritmo (dalla coda di Upper Hand, solcano Lake Effect Snow, una parentesi efficace con la pedal steel in Bird, ma continuano in Songs You Sing fino a Estelle Stone).
La sfondo elettrico si rivela determinante nella definizione della poetica musicale degli Old Heavy Hands, della sua costanza e della sua coerenza fino a Lean Into Me, My Accomplice, I'll Come Home e brilla particolarmente in Evergreen, la chicca di un disco formicolante e palpitante.



           



 

 
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