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      CLARK PATERSON (The Final Tradition) •••˝

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  Recensione del  16/02/2016                 
    

Tante le traiettorie delle ‘Dead Songs’ di Clark Paterson, da una sommaria mappa nell’ Alt. Country che parte da This Dog's Gonna Hunt e Smash My Bones, vanno a intersecarsi con tutte le altre di The Final Tradition, le sostiene, le rilancia, in un dedalo di linee che chiude su se stesso con storie che racconta in prima persona.
Le narra su uno sfondo di un mondo che sembra fatto di acqua e di pioggia, in cui l'uomo si perde, sprofonda, regredisce, e vibra forte la steel guitar di Paul Niehaus in Hillbilly Shit, in If I Don't Win e Moonlight in the Hills e in un certo senso, si condensano nel rock di Kansas Saturday Night.
Cresciuto nel Michigan, le idee chiare su come fare musica “I think the record has a sense of story and purpose that most current records don't,” spiega Clark Paterson. “I love old country because it’s earnest and has an edge and there is a narrative that is largely missing from modern music. I love the darkness and the fact that it’s polarizing”.
Addomestica le atmosfere e le simbologie del country nel finale di The Final Tradition con robuste dosi chitarristiche in My Hand's Know the Touch, pronto a raggelarne la storia dentro l'immagine in One Heart, la bagna nella luce della pedal steel guitar, e la condensa nella saltellante I Was Right About You prima di chiudere con la deliziosa Sweet Baby.
'Un centro magico' dal quale possono partire melodie ipnotiche pronte a spargersi ovunque.






 

 
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