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      CORB LUND (Things That Can't Be Undone) •••½

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  Recensione del  21/11/2015                 
    

C’è più di una sensazione che porta al passato ascoltando Corb Lund con i fedeli The Hurtin’ Albertans, nel modo in cui infila tra le melodie di Things That Can’t Be Undone un mix di americana, soul, country e rock anni ’60 e ’70, dove la realtà si lacera e poi si ricompone solo apparentemente nell’iniziale Weight of the Gun, e specie nella storia sulla vita militare di Sadr City, nel brutto sogno di Washed-Up Rock Star Factory Blues e in Alt Berliner Blues.
Tutte lasciano spazio a vuoti, sfasature, leggeri accavallamenti e sovrimpressioni, o aperte dissonanze della steel guitar, e questa è la forza di Things That Can’t Be Undone.
Da bravo honky tonker, quando si tratta di parlare col ‘cuore’ Corb Lund trova ballate di spessore, deliziosa Run This Town, come la pedal steel che solca brillantemente Alice Eyes, l’acustica e senza lieto fine S Lazy H (dove la colpa è delle banche!) o la gemma finale Sunbeam, Corb Lund torna ai suoi luoghi e alle sue melodie, ma con una nuova energia, la materia dei suoni si sfrangia nell’elettrico, il fruscio della chitarra in Goodbye Colorado non si sa più se è letteralmente country, ma piace, basta ascoltarla in Talk Too Much.
Cade l’ultima foglia per Things That Can’t Be Undone, ma il passato per Corb Lund è sempre fertile.






 

 
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