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      TURNPIKE TROUBADOURS (The Turnpike Troubadours) •••½

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  Recensione del  21/11/2015                 
    

Scelgono San Francisco, e strano a dirsi, a solo 90 miglia di distanza, una fattoria, tanto spazio vicino ad uno studio di registrazione e un mese per incidere il quarto disco, The Turnpike Troubadours scorre su di un filo che è sempre il country a tendere, nella sua capacità di smistamento di forme e melodie diverse.
Evan Felker ci mette sempre la faccia (e soprattutto la voce), racconta di sé, di quello che vede e che gli accade intorno mischiando violino, banjo e raggianti chitarre, si prendono The Bird Hunters, ballata costruita su un immaginario legato alle tradizioni delle piccole ‘small town’ texane, tra rodeo e le celebrazioni del 4 luglio, a costituire la dorsale della ruvida The Mercury e della piacevole Down Here.
I Turnpike Troubadours hanno il passo da scena lunga, dai movimenti ora intensi e nervosi ora trattenuti, raggelati (le ballate di A Little Song e Fall Out of Love) ma Time of Day, Ringing In The Year e Long Drive Home girano totalmente tra le quattro mura di un caloroso alt. Country, e il loro passato assurge a oggetto di valore (la malinconia della pedal steel che accerchia la nuova versione di Easton & Main e la fisarmonica e l’armonica per Bossier City), creando il paradosso di una tradizione modernista che i Turnpike Troubadours ben enfatizzano in Long Drive Home. Eh sì, non sbagliano un colpo!






 

 
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