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      PEEWEE MOORE (American Outlaw) ••••

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  Recensione del  09/09/2015                 
    

Peewee Moore per incidere American Outlaw se n’è tornato nei luoghi d'infanzia, tra le Appalachian Mountains, dove l'immaginario del countryman coincide puntualmente con la realtà dolente, malinconica, delle cose della vita.
Ha suonato con Billy Joe Shaver, Dwight Yoakam, Shooter Jennings, anima da fuorilegge che si rispecchia nel suono di American Outlaw, un country elettrico, che frizzante come Breaker e Georgia On A Fast Train, o legato alla pedal steel, malinconica di Underground Queen e If I Can't Win, è in continua evoluzione, si spande in American Outlaw, assume forme e contrazioni diverse (ballate alcoliche Til My Heartache Comes), ma ama far vedere i muscoli nella deliziosa Wanted Man, come la forza che si esalta in Nickajack Dam.
Peewee Moore in 16 brani e 1 ora di musica, ricostruisce un'epoca mai passata con luci e colori che diano una giusta patina al country, luccicano Flathead 8, Woman e Losing Hand, si distendono in larghezza sfruttando telecaster e pedal steel ben oliate e utili a comprendere una pluralità brulicante di personaggi, e all'occorrenza American Outlaw si spinge in profondità creando relazioni che possono essere insieme spaziali e temporali tra honky tonks veraci e selvaggi, Black Cadillac e Elmer Gruene, come Where's A Man To Go e Thunder Road.
Scanzonato il punto di vista periferico dei 6 minuti al confine messicano di Hey Rosalita, muovendosi verso il centro della scena narrato nella conclusiva American Outlaw, PeeWee Moore colloca fin da subito i suoi personaggi in uno spazio concreto e articolato, piccole perle acustiche pensando ad un fuorilegge con un futuro che forse non verrà, sdraiato sotto lo sguardo protettivo di un cielo di stelle.






 

 
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