DAVID GRISSOM (10.000 Feet)
Discografia border=di Pellegrino IACOVELLA

     

  Recensione del  01/06/2009
    

Torna il chitarrista texano David Grissom, tornano i suoni brani strumentali tutti riff e tornano le sue melodie colme di blues e rock alla texana. Questa la parte di 10.000 Feet che ripropone lo stesso fascino del suo esordio, dall’altra ci sono nuovi messaggi di speranza che si incartano proprio quando la sua anima si avvicina alla stato carnale del Grissom paroliere, ma seppur rischia di impantanarsi riesce a tirarsene fuori aggrappandosi alla sua chitarra.
10.000 Feet ha il suo fascino, come al solito Grissom non riesce a star fermo cercando di dividersi tra produzione, strumenti, cori e arrangiamenti oltre alla sua Gibbons che è sempre uno spettacolo ascoltarla sin dall’apertura di una Keep a Rollin’ On e nei tratteggi roots della title-track che mostrano il suo lato più umano mentre continua a costruire il suo classico muro strumentale fatto di rock e roll e texas nella prima parentesi in solitaria con la splendida Squawk, sei minuti di piacere in note che spalma mentre sorseggia del buon whiskey anche nel convincente rock di Aint no game at all cercando nel nuovo corso più incursioni nel nel cuore della sua terra questa volta riuscendoci in pieno con un bel quadretto nostalgico di paesaggi soleggiati e sconfinati affidati ai ricordi che vengono a galla nell’inizio di Take Me Back to Texas, ma nel viaggio dal Tennessee attraverso il Mexico quel desiderio di tornare a casa restituisce una ballata scritta di cuore piena di rock e melodia. Torna al suo amore e al bluesy, quello arcigno della seconda strumentale, Butterbean Friday poco propensa a lasciar individuare il proprio percorso, questa volta nessuna mappa per la sua chitarra, libera di spaziare a piacimento.
Peccato infilarci il pop-rock di Jet trails in the sky subito dopo, con quel pa pa pa e coretti vari che per neanche i riff riescono ad azzittire, ci vogliono le sferzata della tosta Gone and Lonesome per ristabilire le distanze, altro gioiellino tipico di Grissom che rincara la dose con il bluesy-rock di Dover soul, terza strumentale ancora pieni di guizzi interessanti. Questo il Grissom che amiamo non certo quello scialbo della disarmante Aint no other way, inspiegabile quando poi lo ascolti le due ballate conclusive di True love dont work that way e Good Day for the Blues: la prima una ballata rock di spessore e a seguire violino e il pathos roots di stampo texano. Un Grissom altalenante a cui si può perdonare (stavolta) qualche passaggio a vuoto, ma è giusto pretendere maggior continuità in futuro.